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CIUDAD VIOLADA

Published on april 29, 2017

Di Carla Tejada
Traduzione di Edoardo Costa

Soacha è un municipio colombiano, ad ovest di Bogotà. É considerato come uno dei più pericolosi del dipartimento di Cundinamarca. La sua quotidianità è segnata da abusi sessuali, violenza domestica e urbana, consumo di droghe e alcool, diffusi anche tra minori. La città è invasa da bande criminali, gruppi paramilitari e di guerriglia comunista. In mezzo a questo caos, le principali vittime sono le sedicimila bambine che vivono in città. Questa è la storia di Veronica (la chiameremo così), una ragazzina di 15 anni, che racconta la sua terribile realtà.

Veronica vive in una piccola casa del quartiere Los Pinos, a un’ora e venti minuti da Bogotá, la capitale. Per arrivarci bisogna prendere due bus e un pulmino che porta a Ciudad de la Sucre. La zona é attraversata da tante piccole strade ricoperte di fango e spazzatura, circondata da montagne prive di vita, a pochi passi da un lago prosciugato. Tutto risale all’8 di marzo, la festa della donna. Veronica aveva deciso di andare a casa di Jessica, una sua vicina, per fare i compiti della settimana, insieme ad alcuni amici. La casa non era molto distante dalla sua. “Uscimmo da scuola verso le dieci e mezza – mi racconta – e invece di andare a casa mia andammo a casa della mia amica per fare un lavoro, intorno alle undici e mezza però il lavoro si trasformò in caciara e finimmo per giocare alla Xbox” mi dice. Dopo un po’ tirarono fuori una bottiglia di rum e iniziarono a bere. Veronica provò solo un bicchierino, poi bevve gassosa. “Dopo aver bevuto la gassosa mi sentii subito male, nauseata. Un mal di testa incredibile – spiega la ragazza – poi, improvvisamente, dal nulla, arrivò lui”, dice fissandomi . ‘Il tipo’, come lo chiama lei, le si avvicinò per parlarle. Prima di quel giorno Veronica non lo aveva mai visto. L’unica cosa che lei riuscì a dirgli era quanto si sentiva male. Lui le consigliò di andare a coricarsi sul letto, nella camera di fronte a dove erano tutti i suoi amici. Come lei si sdraiò, il giovane la raggiunse e iniziò a toccarla e a baciarla ovunque. Cercò di divincolarsi però lui insistette fino a violentarla brutalmente. “I miei amici erano lì, non lontani da me, ma non si accorsero di nulla – mi dice – lui non mi lasciava andare. C’era una vocina infida che ricorderò per sempre che mi diceva: Rilassati, lasciati trasportare, non aver paura”. Veronica riuscì ad alzarsi e a chiedere a un’amica di aiutarla. Stava andando verso il bagno quando perse i sensi. “Poi mi svegliai; ero sdraiata sul letto, senza vestiti. Stavo sanguinando molto dall’inguine, e non capivo il perché. La prima cosa che vidi era lui, si stava vestendo. Di fianco a me c’era un preservativo e una bustina vuota sul pavimento. Ricordo che iniziai a piangere e subito dopo persi di nuovo i sensi”.

Quando si risvegliò era vestita, continuava a sanguinare. Vergognandosi, senza capire esattamente cosa le fosse accaduto e solo con l’aiuto di un bambino che incontrò per strada, arrivò trascinandosi dolorante a casa. “Alla fine sono riuscita ad arrivare a casa, credevo di non farcela. Mi sono tolta i vestiti. E ho provato per un’ora e mezza a lavarmi. Mi sentivo schifosamente male”, lo dice mentre con la mano si strofina nervosamente la coscia. Erano già le cinque del pomeriggio. Decise di raccontare tutto a sua sorella e questa insistette perché lo raccontasse anche alla madre che però non era in casa. Alle sette e mezza della sera Veronica fu portata in ospedale. Ora, sette mesi dopo, siamo entrambe sedute sul divano di casa di Veronica, di fronte a noi un letto matrimoniale, rialzato su due coppie di mattoni, un televisore nero è appoggiato su un mobile di legno. Seduto alla grande tavola da pranzo il nipotino sta mangiando, mentre noi continuiamo a parlare. Veronica si strofina nervosamente le mani. Ancora non capisco dove abbia trovato il coraggio di raccontarci la sua storia. Fuori piove quando mi dice: “Ho pensato spesso alla vendetta. Mio padre mi diceva che avrebbe contattato qualcuno perché lo ammazzasse, però sai, comunque una cosa così ti rimane sulla coscienza. Anche lui avrà delle figlie”, come ad invocare un castigo divino.

Veronica è stata ricoverata quattro giorni all’Ospedale Mario Gaitán Yaguas di Soacha. Il 18 marzo, l’Istituto Colombiano di Benessere Familiare (ICBF), insieme all’associazione Infanzia e Adolescenza, denunciarono il giovane David, di 16 anni responsabile dello stupro. “Era tutto molto confuso. Dissero che si trattava di un ‘codice bianco’, così è chiamato in Colombia un atto di stupro. Mi fecero il test dell’HIV e altri esami, per vedere se avevo contratto malattie sessualmente trasmissibili o se ero rimasta incinta. Mi chiesero cosa mi fosse successo. Era troppo!”, mi dice. Veronica è una ragazza adorabile. I capelli lunghi, colorati di caffè amaro, li porta fin sotto al petto. La pelle chiara è decorata da piccoli nei. Gli occhi sono neri e circondati da occhiaie che confermano le notti passate ad affrontare se stessa. È di costituzione magra, ma è molto avvenente. È rispettosa e timida da far tenerezza. Un’adolescente abituata a sostenere i sorrisi. Le piace dipingere, ballare e ascoltare le canzoni di Johnny Rivera, un musicista popolare messicano. “Sì, ballare mi piace davvero molto” mi dice. La realtà però è diversa e non si può far finta di nulla. Veronica sta trasportando una croce, come una condanna, dal giorno in cui decise con gli amici, di andare a casa di Jessica a fare i compiti. Tra i tanti esami che le fecero in ospedale, quello di ginecologia rivelò che Veronica aveva una lussazione della coscia, a causa della brutalità con cui l’adolescente la violentò quel giorno. “Quando lo rividi sentii un groppo in gola e il mio stomaco contorcersi, ma non avevo alcuna prova per dimostrare che era stato lui” mi dice con freddezza, senza battere ciglio.

Secondo i medici il giovane aveva usato un preservativo, infatti, vennero trovate solo tracce di lubrificante. “Mi dissero che si era protetto, quindi non c’erano prove sufficienti per incarcerarlo”, mi racconta rassegnata. Veronica vede tutti i giorni il suo stupratore, fuori dal suo liceo, perché la sorella minore del ragazzo studia lì. “A volte ha tentato di avvicinarsi, come per parlarmi, però le mie amiche mi proteggono. Quando lo vedo la mia rabbia si confonde con la paura”, termina la frase stringendo forte i pugni.

L’indagine sul suo caso potrebbe durare fino a due anni, questo è il tempo che la famiglia dovrà aspettare per conoscere il verdetto del giudice. Nel frattempo contatteranno la madre per informarli sulle date del processo. Per il momento è stata inviata solo una prima citazione a giudizio per l’autore del reato. Bisogna però aspettare la conclusione delle indagini e la risposta dell’aggressore e vedere se si presenterà o meno. “Mi hanno detto che ci sono molti casi come il mio e, siccome lui è minorenne, il governo lo protegge, non so che cosa succederà” dice Veronica mentre gioca con suo nipote. È da storie come quella che mi ha raccontato Veronica che nasce il progetto della Fondazione Niñas Sin Miedo (Bambine senza paura) diretto da un gruppo di donne femministe che hanno trasformato una piccola casa verde in un luogo di ascolto, di denuncia e di ricovero per venticinque bambine. Ogni sabato pomeriggio si ritrovano tutte qui, indossano la divisa dell’associazione, una maglietta rosa. Tra loro c’è anche Veronica. A dirigere il progetto è Natalia Espitia. L’obiettivo è insegnare alle bambine di Soacha, anche attraverso la pratica sportiva, a prendere coscienza di se stesse. E con le lezioni di educazione sessuale ad essere consapevoli dei rischi che corrono, così da prevenire gravidanze adolescenziali e abusi sessuali, spesso legati alla violenza domestica e ad altre problematiche come la dispersione scolastica. “Investendo nell’educazione e responsabilizzando le bambine, avremo un futuro sostenibile, e la povertà sarà ridotta – spiega Natalia Espitia – le generazioni future saranno più coscienti dei loro diritti. Credo che investire sulle bambine significhi dare sostenibilità per il mondo”. Allo stesso modo, il gruppo di volontari che ruota intorno all’associazione è convinto che le bambine siano il motore principale per cambiare la realtà e le condizioni in cui vivono le persone di Soacha. “Credo che la fondazione Niñas Sin Miedo contribuisca alla trasformazione della comunità, nella misura in cui chi la frequenta diventa cosciente dei propri diritti e capisce l’importanza di difenderli. Questi giovani si trasformano a loro volta in divulgatori, insegnando ad altri il rispetto dei diritti”, spiega Maria Fernanda de la Ossa, coordinatrice del programma di educazione sessuale. “Ciò che la fondazione è riuscita a fare fin qui è di grande importanza. Non stiamo solo dando assistenza legale sui casi con cui lavoriamo, ma stiamo dando appoggio psicosociale alle ragazze. È bello vedere come sono riuscite ad aprirsi e ad essere se stesse. Hanno iniziato a raccontarci ciò che vivono realmente” testimonia Sofia Díaz, coordinatrice legale della fondazione.

Tra i casi attualmente seguiti dalla Fondazione quattro sono di abusi sessuali, fra questi uno riguarda due sorelle, di 14 e 9 anni, violentate dal patrigno. Fra i due casi di violenza domestica quello di una bambina di 12 anni violentata dal cugino “pandillero” cioè membro di una gang. E ancora il caso di una ragazza di 17 anni che sta disperatamente cercando di contrastare un suo docente che continua a chiedere alla sua migliore amica prestazioni sessuali, minacciando di bocciarla. “Il nostro ostacolo principale è che le bambine non credono di poter essere protette e tantomeno che vi sia qualcuno pronto a sostenerle o che possa credere in loro. Ed è per questo che molti casi come questi restano nell’ombra, bambini e bambine non vogliono raccontarli” dicono le ragazze. Quello che però la violenza non può spegnere sono i sogni di questi giovani, come quelli di Veronica. “Ho la sensazione di aver fatto molti passi indietro. Prima che tutto questo succedesse volevo entrare da volontaria in un corso per diventare infermeria ma il mio sogno è fare il medico legale – mi dice sorridendo – a me piace aiutare le persone, non mi fanno paura i morti. Una volta qui, vicino a casa, un signore si fece male e nessuno ebbe il coraggio di aiutarlo. Mi avvicinai e quello dell’ambulanza mi disse: “Ma non ti fa schifo il sangue? Dovresti fare il medico legale”. Cercai su Internet per capire di cosa si tratttasse. Quella di Veronica è una delle tante storie di Soacha dove le bambine con la maglietta rosa, ogni sabato pomeriggio, fanno grandi giri con le loro biciclette. A due di loro ho chiesto se il loro quartiere gli sembrava sicuro. Nessuna ha risposto di sì: “Esci di casa e in strada incontri un sacco di sbandati, che ti guardano storto, spesso sono in preda alle droghe. I pandilleros del nostro quartiere non ci fanno nulla perché ci conoscono. Però se ti sposti e finisci nella zona sbagliata, allora può succedere di tutto”, aggiunge la sua amica. Hanno tutte e due cinque anni. “Ho molte cicatrici, troppe – dice Veronica tirandosi su le maniche della camicia e provando pena per se stessa – è più facile sopportare il dolore fisico di quello psicologico. Quando ti tagli puoi sperare che la ferita guarisca. Ma il ricordo di quel giorno me lo porterò nell’anima per tutta la vita. Non credo che la mia vita sarà mai normale”. Poi Veronica smette di parlare.

I casi di abuso e violenza che subiscono le bambine di Soacha non sono solo una conseguenza dell’ambiente ostile e repulsivo nel quale crescono. Sono la mancanza di appoggio, credibilità e giustizia nei loro confronti. La rassegnazione nel saper che nessuno le aiuterà e tanto meno le ascolterà, le porta a cercare di dimenticare e a chiudersi nel silenzio. Soacha è invasa dai ‘codici bianchi’ delle sue bambine. E quel mascalzone, quel patrigno, quel cugino, quel professore o lo sconosciuto possono continuare a perseguitarle, dicendo senza pudore: “lasciati trasportare, non aver paura”. Ci sono molte altre Veronica, che stanno in silenzio tra gli angoli di Soacha. Ciò che rende diverse dalle altre le bambine con la maglietta rosa, è che hanno trovato la forza di parlare.

Il dipartimento di Cundinamarca è caratterizzato da un tasso di gravidanze in età minorile – tra 10 e i 17 anni – estremamente elevato. In media, ogni giorno otto bambine rimangono incinta. Nel 2013, si sono registrati 2.013 casi di violenza su minori. Facatativá, un altro municipio di Cundinamarca, registra il maggior numero di casi 522, davanti a Soacha con 396. Nel 2014 sono state 3.000 le bambine/ragazzine a partorire e il municipio di Soacha era al terzo posto di questa infame classifica. Nel 2015 sono nati 6.008 bambini da madri adolescenti ed è per questo motivo che il Copes – Colegio Pedagogico del Espiritu Santu – intende promuovere politiche di prevenzione nei 10 municipi più affetti da questa problematica.

Per quanto riguarda gli abusi sessuali, la Medicina Legale ha rivelato che tra gennaio e agosto del 2015, in tutta la Colombia sono stati registrati 10.878 casi di aggressioni sessuali a minorenni, 9.071 erano donne. Il 45% aveva tra i 10 e 14 anni e il 27,5% tra i 5  e i 9 anni.

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Purtroppo molti casi, come quello raccontato da Veronica, sono spesso archiviati e dimenticati. Secondo i dati del Ministero della Giustizia tra il 2005 e il 2015 in tutta la Colombia ci sono stati 158.816 casi di delitti sessuali e violenza contro minorenni compresi omicidi e stupri. Sul totale, al 54,13% degli autori sono rimasti impuniti anche perché prescritti oppure per mancanza di prove. La Segreteria di Salute di Cundinamarca l’anno scorso ha lanciato l’allarme a causa dei 223 casi di violenza e abuso. Questo significa che ogni due giorni nei 116 municipi della provincia una ragazza era nuova vittima e, alla luce dei dati del registro dell’istituzione, si tratta in maggioranza di ragazze tra i 10 e i 17 anni. Ciò nonostante, il 2016 ha registrato ancora un aumento, con 312 vittime, il 40% in più. Soacha, Facatativá e Chia sono le città più colpite.

Ieri ho fatto da speechwriter per il Presidente della Provinca, mio padre

Published on April 26, 2017

Per le celebrazioni del 25 aprile mio padre, attuale Presidente della Provincia del Verbano Cusio Ossola, mi ha chiesto se avessi voglia di scrivere per lui il discorso di commemorazione. Con molto rispetto e un po’ di timore ho accettato la sfida, questo è il risultato:

Un saluto alle autorità civili, militari, religiose, alle associazioni dei combattenti e dei reduci di guerra, alle associazioni partigiane e ai cittadini tutti,

Un saluto particolare ai nostri ragazzi. È per loro questa festa.

Oggi la nostra Repubblica celebra un momento preciso, il giorno in cui ci liberammo da due macigni terribili, l’invasore straniero e il totalitarismo. Due eventi semplici da descrivere, ma pesantissimi da vivere. Due eventi che, purtroppo, la fragilità della memoria a volte non aiuta a mantenerne vivo il ricordo, tanto da arrivare a confonderli.

La memoria è talmente fragile, che a volte finiamo per confondere il significato di invasore straniero, arrivando addirittura ad attribuirlo ad un altro essere umano, per la sola colpa di essere straniero e di trovarsi nel nostro paese. Lo chiamiamo invasore dimenticandoci dei principi che abbiamo noi stessi deciso di incidere indelebili nella nostra Costituzione. Basti pensare all’articolo 10, attraverso il quale i nostri padri costituenti, molti dei quali freschi della condizione di esule vissuta in prima persona durante il ventennio, decisero di dare diritto d’asilo a chiunque – non a qualcuno, ma a chiunque – non abbia la fortuna di godere nel proprio Paese delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione. Libertà democratiche che sono diventate le pietre angolari della nostra storia e della nostra identità.

Eppure la memoria è fragile. La memoria è talmente fragile, che a volte finiamo per dimenticarci del significato di totalitarismo e addirittura pensiamo che possa essere la soluzione ai nostri problemi. Pensiamo che possa avere senso rinunciare alle nostre libertà per sentirci più sicuri, per non avere più paura. Ma questo giorno ha un significato ben preciso e non possiamo dimenticarlo. Il 25 aprile è la data che abbiamo scelto come festa nazionale della liberazione dal nazifascismo, dall’occupazione tedesca e da quella fascista. Sì, perché quel giorno non ci liberammo solo dagli invasori tedeschi ma ci liberammo anche della nostra parte peggiore, delle nostre debolezze. Quel giorno decidemmo di prendere noi le redini del nostro futuro, attraverso il gioco democratico, attraverso la discussione, garantendoci il diritto di vivere liberi, nel nostro Paese.

Siamo qui per non dimenticare il passato, ma al tempo stesso per guardare verso il futuro, sapendo che esso dipende da noi, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di partecipazione, di democrazia, di antifascismo. Ho iniziato il mio discorso salutando i giovani e rivolgendomi a loro perché in questi ultimi decenni non siamo stati capaci di garantirgli la certezza di un lavoro e la speranza di un futuro migliore. Siamo qui, in un giorno di festa, ma non possiamo fare finta di niente. Abbiamo fondato la nostra repubblica sul lavoro e oggi il 40% dei nostri figli non ne ha uno, il 40%, quasi uno ogni due. I nostri padri e i nostri nonni hanno lottato per la libertà mettendo fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra e oggi sentimenti totalitari sono alle porte in tutta Europa, nel Mediterraneo le persone continuano a morire e in tutto il mondo infuriano guerre.

Ho deciso di rivolgere a loro il mio discorso perché in loro ripongo tutta la mia fiducia, perché sono una generazione straordinaria, una generazione che vuole sapere e capire, e il minimo che possiamo fare è garantirgli trasparenza.

Ho deciso di rivolgere a loro il mio discorso perché sono convinto che per vivere in pace e sicurezza vi sia un solo investimento che garantisce il risultato finale: puntare sull’educazione.

Ho deciso di rivolgere a loro il mio discorso perché, come ha voluto ricordare il nostro Presidente della Repubblica: “la democrazia, al pari della libertà, non è mai conquistata una volta per tutte. E’ un patrimonio che ci è stato consegnato e che, nel volgere di mutamenti epocali, dobbiamo essere capaci di trasmettere alla generazioni future”.

LA DERIVA AUTORITARIA DI BEPPE GRILLLO

Published on January 4, 2017

  • Di Edoardo Costa

    Seguivo gli show di Beppe Grillo quando ancora il Movimento 5 Stelle era solo una pallida idea. Li trovavo molto interessanti e ne rimanevo impressionato e incazzato per la quantità di scandali e di situazioni assurde che il comico scopriva e raccontava al suo pubblico. Poi ho visto il suo movimento crescere in maniera esponenziale, nel giro di pochi anni. Non l’ho mai votato, ho pensato di farlo alle regionali del 2010, ma alla fine votai PD. Ciò nonostante, ho sempre rispettato il suo impegno politico e per un attimo ho persino sperato che il suo movimento riuscisse davvero a cambiare la politica italiana – o quanto meno ad influenzarne l’etica – anche se non ne condividevo i programmi. Questa speranza è svanita quasi subito, quando mi sono accorto che, purtroppo, il suo ego lo portava a circondarsi di yes-man incapaci e senza un minimo di preparazione mentre cacciava chiunque osasse opporsi o discostarsi dal suo pensiero divino. Dopo i fatti di oggi posso dire con certezza che, non solo non ho più nessuna fiducia in lui e tanto meno nel suo movimento, ma che mi fanno entrambi paura. Mettere in discussione l’intero apparato politico, per quanto fosse populismo puro, poteva anche aver un senso. Ma mettere in discussione la credibilità dell’informazione in generale è pura follia. Soprattutto se lo fai per mettere una pezza ad errori che hanno commesso i tuoi, e solo i tuoi, non qualcun altro. Se tanto mi dà tanto, il prossimo passo sarà mettere in discussione la credibilità della giustizia intera per una condanna indesiderata, e così via. Sarebbe stato molto più onesto ammettere di aver abusato del criterio di “honesta”, di aver sbagliato a non essere stati garantisti in passato e di aver deciso di cambiare rotta. Invece la deriva del Movimento 5 stelle è sempre più triste. C’è un uomo sempre più solo e autoritario al comando, una classe dirigente che si sta rivelando sempre più inadeguata e una base che viene presa in giro, con tanti saluti alle buone speranze di chi ci ha creduto veramente.

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